FORESTA NERA E … BAROLO!

Partenza         giovedì 30 maggio 2013

Rientro            domenica 02 giugno 2013

Partecipanti    Carlo/Rita – Silvano/Mariella – Angelo/Barbara – Roberto/Rita

                        Reinhard/Kety – Sergio – Enzo.

Chilometri       percorsi, circa 1000

 

Questa trasferta era stata programmata in occasione dell’assemblea sociale (23 febbraio 2013), confidando sul fatto che alla fine di maggio il tempo (normalmente) permette trasferte a Nord, quindi Roberto e Reinhard avevano organizzato una trasferta in Germania (Foresta Nera). Purtroppo non è stata così poiché, come abbiamo avuto modo di vedere, quest’anno ne ha fatte di cotte e di crude. D’altro canto (ul temp e ul cü al fa cuma al vö lü). Quindi, cambiamento all’ultimo momento, rotta sud/sud ovest… Piemonte.

Ergo, ci sembra doveroso un forte ringraziamento a Roberto Betschon e a Reinhard per aver saputo disdire e riorganizzare il tutto in pochi giorni.

 

Si parte, ritrovo alle 8.30 a Ponte di Valle (Canobbio) per il gruppo dei sottocenerini (Silvano/Mariella, Carlo/Rita, Enzo – Sergio).

Angelo & Barbara, Easy Rider, ci raggiungeranno a Monforte partendo dopo e arrivando prima.

Incontriamo il resto del gruppo a Brissago: Roberto/Rita su California, Reinhard, che si presenta con un’aggressiva KTM, giustificando l’assenza del “Le Mans” dovuta ad un cavo dell’acceleratore troppo corto (”taja taja e l’è sempar cürt”).

Per dire il vero, a pelle sentivo una certa puzza di bruciato e se a pensar male è peccato, è anche vero che a volte ci azzecchi (vedremo in seguito l’epilogo dell’assenza del Guzzi “Le Mans”).

Partenza seguendo la strada del lago. Colazione a Verbania “cüma i ‘merican”.

Belle queste risaie, con l’auto non ne apprezzi la vastità, gli odori, la perizia con cui fanno defluire l’acqua da un pianoro all’altro. E, di risaia in risaia, siamo a Vercelli. Pausa pranzo al ristorante “Le Crociate”, che consiglio a tutti biker poiché vi è un vasto posteggio, il personale è cordiale, la cucina è semplice, ma molto ben curata. Un plauso al cuoco/a per gli ottimi fusilli alla cacciatora: meritano. Devo dirlo: eravamo stanchi ed assetati, ci hanno dissetato a bianchini e acqua minerale, tanta acqua (SIC), dolce e caffè. Alla fine ci hanno chiesto 10 Euro a testa, più che onesti (ci torneremo).

Strangolati da un “pitone avvolto al collo”, partenza verso Monforte. E su … e giù … troviamo il nostro agriturismo “Di Vino”. Il primo colpo d’occhio è veramente fantastico: una fattoria all’interno di una piccola valletta, circondata da vigneti, cavalli al pascolo, una natura apparentemente incontaminata.

All’entrata del piazzale ci attendono i gestori. Saluti, scuotimento di mani, ma noi tutti notiamo che sono teutonici. Parlano un buon italiano, ma con chiara cadenza nordica (chissà cosa bolle in pentola per la cena?). I nostri Easy Rider sono già sul posto, nonostante il fatto che sono partiti alle 11 da Cadro (Angelo a “cò bass” in autostrada ci ha battuti).

Le camere sono pulite, belle, a tema. I servizi igienici sono stile anni 30, ma con tecnologia del 2000. Mariella e Sergio approfittano della piscina (unici a tuffarsi).

Aperitivo a Barolo, offerto dal moto club (Adriano, te ne pentirai!). Barolo, vino bianco molto profumato, prosciutto crudo, mortadella e via dicendo. Gozzovigliamo … spesa, sicuramente oltre quanto preventivato, ma tant’è.

Cena spartana (per fortuna ci aveva parzialmente saziati l’aperitivo offerto dal MGCT).

Non avevamo notato uno stagno, 100 metri più a valle, ospitante batraci d’ogni tipo (rane, rospi, raganelle, …) che, al calar delle tenebre, ci hanno allietato la serata con un concerto pari a quello di capodanno.

 

Risveglio alle 8.30, abbondante colazione, partenza verso Acqui Terme. Passando di noccioleto in noccioleto si capisce il motivo della nascita del Giandujotto.

Acqui Terme val la pena visitarla, ma se pranzate nella piazza principale la puzza d’uovo marcio, dovuta alla fonte d’acqua solforosa … non la schivate.

Partenza, visita alla città di Cevo, gelato, caffè, “giringiro”. Silvano ed Enzo, più che alle questioni architettoniche (per altro molto interessanti), sono attratti da quei piccoli negozi con la scritta “Salumeria” (prodotti tipici – ecc.), quindi non lasciano la città “cui man mocc”.

Rientro al “Di Vino”, dove troviamo ad attenderci la dolce metà dell’amico Reinhard, la simpatica Kety che ci ha raggiunti in auto. Breve toilette, apertura dei sacchetti, pane, formaggio Toma, salumi, annaffiati con vini della casa. Visita alla cantina, con tanto d’erudita guida (purtroppo con le braccine corte, poiché non riusciva ad aprire i rubinetti del vino, quindi “cantina sèca”), in seguito cena, piuttosto scarsa. Comunque noi cadiamo quasi sempre in piedi, poiché con l’antipasto da noi organizzato eravamo già a pancia quasi piena. Un particolare commento lo si deve alla pasta burro e salvia, visto l’impatto avuto sui commensali. Ci siamo permessi di chiedere la ricetta, che riportiamo tale e quale.

Anzitutto necessita far bollire la pasta quanto basta, ma il doppio del normale. Si prenda ¼ di foglia di salvia, la si cosparga con moderazione per un massimo di un decimo di millimetro di burro. Servire la pasta prima della cementificazione, augurare ai commensali un buon appetito

(preparando prudentemente alka selzer oppure Unicum).

Evidentemente, in questo caso, il personale ha litigato in cucina ed il cuoco si è vendicato su di noi.

In preda ai fumi dell’abbondante libagione, in piena crisi mistica, l’arte ha fatto capolino.

Piccola entrée pianistica, armonica a bocca impastata di burro e salvia, tromba “strombata”. Verso le ventidue alcuni dicono di aver visto uscire il “cuoco” cantando “Amici miei” in dialetto di Rostock, facendo il gesto dell’ombrella a tutti noi, vantandosi della performance “poca salvia niente burro”. Ma, ammettiamolo, forse abbiamo visto male causa “pitone”.

Venerdì, verso le otto, si sentono i primi movimenti e incontriamo il Carlo che torna dalla campagna (è partito alle sei, ha ferrato tutte le galline, ha fatto la permanente ai cavalli, ha munto le rane).

 

Partenza sud/sud/sud. Andiamo al mare a mostrar le c… c… .

Su e giù, gira di qua gira di là, all’Enzo e al Sergio “ga scapa da…pirulì pirulà”. Fermano il gruppo a metà di un passo e … pirulà stile vecchio Alpino. Chiaramente le donzelle passeggere non hanno potuto fare altrettanto, quindi … via verso la cima del passo, un chinotto (tipica bevanda della riviera ligure), pirulì e via.

 

Bellissimi scollinamenti, dove la Mari mi sussurrava: ”Fa mia l’asan che ta g’he quatar niudin”, mentre la Rita spronava il Carlo, con pugni ai fianchi, gridando: “Vèrt püssee ul gas, pinza prima, piega püssee, sorpasall, ‘mbranaa, ta viagiat cumè ’n nono da sesant’ann!”.

Il buon Carlo in seguito ci ha detto: “An podi pü, a fu cumè l’Uri Geller, a fu lievità la Breva quand che vedi un böcc  par mia fagh ciapà culpi al popoci dala Rita!”.

Evidentemente l’esperimento non è riuscito, quindi, Carlo arrabbiato, Rita demolita.

Al mare, a Noli, posteggiamo le moto a lisca di pesce. Entro in un bar e chiedo se vanno bene così oppure se le dobbiamo posteggiare altrove. La cameriera mi guarda con l’espressione che ha avuto il canguro la prima volta che ha visto passare un treno. Poi favella e mi dice: “Se non ve le porta via la polizia, ci penseranno i nostri ragazzacci”.

Ho capito, resto al bar quale guardia parco veicoli. Il Sergio e la Mari fanno il bagno (pelo sullo stomaco viste le condizioni), altri vanno a visitare il centro. Rimangono con me il Sergio, il Carlo, l’Enzo e la Barbara. L’Angelo telefona a suo fratello per avere l’indirizzo buono per pasteggiare. Avuto l’indirizzo Angelo parte a razzo, prima a Sud, poi lo vedo sfrecciare a Nord, ripassa in direzione ovest nord/ovest/sud est, nel frattempo siamo tutti in sella. Dal bar proseguiamo per 50 metri e giriamo a sinistra … poco dopo ci ritroviamo su di una strada tipo “Val Colla”: panico dovuto alla fame, che notoriamente fa 40. Qualche battibecco, ma alla fine cadiamo in piedi. Bel ristorantino in collina, vista mare di 50 metri, buona cucina. E adesso torniamo al Reinhard “taja taja che l’è sempar cürt” che, a suo modo di vedere, ha già fatto un abbondante aperitivo e dichiara di voler partire alle 14 verso Santa Vittoria senza pranzare. Hai voglia! La strada di ritorno, per almeno 20 chilometri, è come una pista ed il buon Reinhard non ha lesinato ad aprire il gas e a sfoderare i suoi 130 cavalli, ripartiti su 170 Kg di moto. Infatti, alla sera (è arrivato tre ore prima di noi) ha ammesso di aver visto l’M13 fumar la pipa.  Reinhard … non si fanno queste cose … pensa alla KTM e a quanto si rovina se cadi!

Noi siamo partiti con un ritmo “valzer allegro”, ma quanti giovani ci hanno sorpassato in maniera non troppo civile. D’altro canto il buon Carlo mi ha proposto un vecchio detto: “Al macello ci vanno più vitelli che non vecchi manzi”. E così è stato, infatti ci hanno riferito che quel giorno un giovanotto di 21 anni ha fatto un “dritto” brutto, brutto.

 

Allegria, siamo arrivati a Santa Vittoria, albergo a 5 stelle che ci ha messo in difficoltà. Alcuni sono rimasti bloccati in camera (non c’è la chiave ma la tessera che apre la porta e che devi inserire per attivare l’impianto elettrico, altrimenti sono figure di … menta), altri hanno avuto difficoltà per fare la doccia (rubinetteria aliena non ben comprensibile: giro a sinistra e mi provoco un’ustione di primo grado, giro a destra e mi prendo un accidente), ma alla fine ce l’abbiamo fatta.

Apéro in giardino: alcuni hanno ordinato il “tipico e nostrano” Barolo, pagandolo, in seguito 7 euro al calice. Trattasi comunque di un Barolo Doc & Dop. L’Enzo ha capito a suo modo l’ultima definizione “Diop”… e non l’ha bevuto poiché è cattolico e non bestemmia.

Per quanto riguarda la cena, bisogna necessariamente essere onesti ed essere coscienti del “dove, come, quanto”. Dico “quanto” poiché, dopo un buon antipasto ed un primo da “catena degli arrostitori” (tradotto dal francese), noi (Silvano – Carlo – Angelo) abbiamo scelto lo stinco di porcello pensando al maiale, quindi, normalmente, trattasi di circa 300 grammi. Noblesse oblige … ci hanno servito un buonissimo e saporito stinco di “porcello d’india” buono, per l’amor d’iddio, ma noi, che veleggiamo verso il quintalotto, di queste prelibatezze ne possiamo tranquillamente “esofacizzare” almeno quattro in tre minuti … è che poi il cuoco s’arrabbia.

A parte le stupidaggini che precedono, il posto merita veramente: personale qualificato, buona cucina, trattamento da nobili.

Bravo Reinhard, buona scelta (la Rita ha rubato una saponetta, l’ho vista, ma non sono un ruffiano). Complimenti anche al Roberto, che mi ha stupito per la sua abilità nell’uso del Tom Tom: de facto ci ha guidati per tutti gli spostamenti con estrema perizia.

 

Ore 9.15, partenza verso casa. L’Angelo Easy Rider “a balla”: alle 12.45 era a Cadro, noi alle 12.45 eravamo ancora a Vercelli, al Ristorante “Le Crociate”. Dopo un attimo d’esitazione … via al sollazzo del palato, riempimento dell’esofago, delirio dell’intestino (il giorno dopo). Pasta ai funghi porcini e tagliata (alcuni hanno chiesto il perché, dopo la pasta, ordiniamo i salumi). A Firenze una simile esternazione farebbe notizia!

Sono ingrassato di due “Kilotti”, guido come un pachiderma, ma contento, stanco ma contento.

Grazie a tutti coloro che hanno organizzato e, in particolare, a quelli che hanno condiviso questi bei momenti (con Guzzi e con Kappa, che l’è semprü “un bel fèr”).

 

 

 

                                                                                                          Silvano