CRONACA DI ORDINARIA FOLLIA
Le disavventure di un motociclista
Era una tranquilla mattina di novembre. Come sempre, dopo aver portato a spasso il mio setter inglese, inforco la Stelvio e mi dirigo alla Polo di Mendrisio, per bere un caffè con gli amici e scambiare quattro chiacchiere. Quando i morsi della fame cominciano a farsi sentire si rientra. Quella mattina, verso mezzogiorno, come tutte le mattine, sto per immettermi nella strada che porta al bivio: a sinistra si imbocca il tunnel per Mendrisio, a destra si affronta la salita di Rancate. Fermo all’uscita del piazzale, rivolgo lo sguardo alla mia sinistra. Passa un’auto, ne passa un’altra. Vedo arrivare una Golf bianca, la valuto abbastanza lontana per uscire e procedo. Posso tranquillamente ammettere di avere un po’ forzato l’uscita, posso pure considerare la possibilità di aver costretto l’autista delle Golf a rallentare, ma ciò non giustifica minimamente quanto capitato nei minuti seguenti.
Percorse poche decine di metri, mi vedo affiancare dalla Golf il cui autista, pigiando sul claxon come se non ci fosse un domani, volto congestionato, occhi fuori dalle orbite, gesticola e inveisce nei miei confronti. Sobbalzo, sorpreso dalla pazzesca “claxonata” e, come si fa in simili frangenti, non riuscendo a comprendere la violenta reazione dell’esagitato, lo mando cordialmente a quel paese. E qui succede il peggio. Con una manovra decisamente da incosciente mi supera, mi si para davanti e, a pochi metri, inchioda i freni.
Mi rendo conto che rischio il tamponamento, con relativa caduta e tutte le conseguenze del caso. Non so ancora come, scarto sulla sinistra, lo affianco, lo guardo bene in faccia e, ancora incredulo per la pericolosità di quanto sto vivendo, gli do del cretino, come giustamente si merita. Ho il casco integrale, non so cosa gli sia arrivato, cosa abbia potuto capire, ma la sua reazione diventa criminale: sterza bruscamente sulla sinistra e mi spinge verso il centro della carreggiata. Vi lascio immaginare la scena: auto e moto affiancate che procedono verso la carreggiata di contromano, io con una mano (la destra), appoggiata alla sua fiancata, nel vano tentativo di tenerlo lontano, tentando di frenare con il solo piede sul freno posteriore e la Golf che mi accompagna pericolosamente verso i veicoli che transitano in senso inverso. Alla fine, finalmente, ci fermiamo, occupando praticamente entrambe le corsie, con il traffico bloccato in tutti i sensi.
Eh sì, carissimi, so cosa pensate in questo momento, so cosa avreste voluto fare, passando immediatamente dalla parte del torto, nel momento in cui l’incosciente stava per uscire dall’auto, ma l’età porta saggezza e, già sollevato per aver salvato la mia incolumità, sono rimasto in sella, a motore acceso, aspettando che l’energumeno mi chiarisse il perché di questo scriteriato agire. Infatti eccolo uscire dall’abitacolo. Avete in mente un tarantolato?
“Adesso mi paghi i danni alla macchina!”, urla in continuazione.
“Quali danni?”, gli chiedo a più riprese, essendo convinto di non essere entrato in contatto, ma questi ignora le mie domande e continua a saltellare qua e là, avanti e indietro, prende il telefonino, fotografa me, la moto, la targa, vuole le mie generalità… insomma, o è fuggito da una clinica o si è fatto di sostanze varie o si è tirato “mamao coccodè” a causa di aperitivo eccessivamente ricco.
La pazienza ha un limite, il traffico è sempre bloccato e qualche automobilista comincia, giustamente, a spazientirsi. Prendo una decisione drastica: innesto la prima e me ne vado, lasciandolo in mezzo alla strada. Lungo il tragitto, però, mi chiedo se ho fatto la cosa giusta: forse sarebbe stato meglio chiamare la polizia, ma oramai…
Arrivo a casa e ne parlo con la moglie. Stiamo valutando se rivolgerci alla polizia, perché mi sorge il dubbio di essere vittima della famosa banda del falso incidente, quando arriva una telefonata. È lui. Irriconoscibile. Voce calma, perfino amichevole, gentile. Io lo insulto come un cane e lui risponde sempre in modo educato, garbato, chiedendo umilmente che gli ripaghi i presunti danni. L’avrà smaltita, penso ma, dopo averlo mandato ancora una volta a Baggio, dove si suona il famoso organo dipinto sul muro, mi presento a Chiasso, in polizia e racconto quanto accadutomi.
In quattro e quattr’otto il tipo viene rintracciato e convocato, con me, dalla polizia cantonale.
Giornata infame, piove a dirotto e mi presento in auto. Lui è già là, che mi aspetta, con due agenti. La sua auto presenta un paio di graffi all’altezza del parafango posteriore destro e, inizialmente, pretende siano stati fatti dalla mia moto (la Guzzi ha i cilindri a V). Fatico a fargli capire che il manubrio sporge più del cilindro, per cui risulta praticamente impossibile sostenere quello che dice. Niente, come parlare al muro. Cosa devo fare? Vado a prendere la moto, la consegno nelle mani dei presenti e chiedo loro di simulare l’incidente. A questo punto il colpevole non è più il cilindro, ma uno dei faretti laterali, che è collocato più o meno all’altezza dei graffi, ma anche qui, far toccare il faro prima del manubrio risulta impresa disperata.
Me ne vado quando lo sento dire:
“Ma guardi che non è una grande spesa, e poi non paga lei, paga l’assicurazione”.
“Cooosa?” gli rispondo “anche se fosse solo un franco… ta ciapat nagott!”.
Questo bel tipo mette in pericolo la mia incolumità, se ci fosse incidente l’avrebbe causato lui e io dovrei pagare eventuali danni? Non se ne parla proprio!
Per alcuni mesi non sento più nessuno e penso che la questione sia finita. Falso. Recentemente ricevo dalla mia assicurazione la comunicazione che, dalla protezione giuridica dell’individuo, è stata fatta una richiesta di risarcimento per danni subiti e bla bla bla.
Una mia repentina telefonata all’incaricato della pratica, con dettagliata spiegazione dei fatti, ha sistemato la faccenda: richiesta respinta e i famosi pochi spiccioli (oltre 1700 Fr il preventivo della carrozzeria), se li mette dove pensiamo tutti… e ciau Pepp!
Ermanno

